Liberamente teatro – un’evasione creativa
Conferenza stampa di presentazione, lunedì 29 settembre ore 11
Fondazione Cariparma, strada al Ponte Caprazucca 4/A.

Progetti&Teatro | Istituti Penitenziari di Parma | Comune di Parma
Istituti Penitenziari di Parma – via Burla – Parma
workshop 2025/26
settembre/ ottobre workshop sulla lettura e interpretazione del testo (media sicurezza)
novembre/dicembre workshop sul movimento e corporeità (alta sicurezza)
febbraio/marzo workshop su improvvisazione e azione teatrale (media sicurezza)
spettacoli rivolti ai detenuti e al personale interno
17/12 Clown in libertà (Teatro Necessario)
20/01/26 Kohlhaas (Marco Baliani)
26/03 Attacchi di swing (Mori/Caruana)
laboratorio teatrale (alta sicurezza)
marzo 2025 /febbraio 2026
spettacolo e repliche (rivolte al pubblico esterno)
febbraio 2026
Edipo re
incontri
Oratorio Novo Biblioteca Civica – Parma
venerdì 7 novembre ore 18
Presentazione libro
Dialoghi
di Antonio Dragone
aprile 2026
Liberamente teatro – un’evasione creativa
Teatro carcere, esperienze, riflessioni, esperienze, prospettive future…(data e luogo da definire)
Con il contributo di Fondazione Cariparma | Chiesi | e il patrocinio del Coordinamento Nazionale Teatro Carcere e dell’Associazione Nazionale Critici Teatro
2004-2024: i nostri venti anni in carcere

Sono passati ormai venti anni da quando per la prima siamo entrati in un Istituto Penitenziario.
Un ricordo lontano, pensavo che ci rimanesse più presente quella “prima volta”, invece dobbiamo ricercarlo nella memoria, nella memoria degli anni che hanno il potere di farti dimenticare… Era ottobre, doveva partire questo progetto di laboratorio teatrale nel carcere di Parma, nella sezione circondariale. Ricordo che eravamo davvero curiosi ed emozionati ad entrare “dentro”, dentro ad una situazione diversa, mai provata, dentro un mondo che ci sembrava lontano, ma che volevamo avvicinare. In questi oltre trenta anni di esperienze teatrali, l’aspetto sociale è stato determinante nel nostro percorso lavorativo ed umano. Il progetto laboratorio in carcere, veniva dopo alcune esperienze teatrali fatte con la disabilità e quindi in qualche modo con il disagio, a cui poteva essere avvicinato e fatto conoscere attraverso il “potere teatrale”.
I portoni, i controlli, le attese, il non sapere mai e prima se potevamo comunque fare la lezione, i ritardi, sono state le prime sensazioni di smarrimento e sembrava di fallimento di questo progetto. Poi il contatto umano, le storie, la vita, la voglia di fare, di farsi ascoltare, di essere presenza e parola, era talmente forte che si dimenticava la fatica e lo sconforto iniziale e si entrava nel lavoro teatrale ed umano.
Così sono seguiti gli anni di esperienza in carcere, passando attraverso il circondariale, la reclusione con la sezione paraplegici (8 anni) e poi l’esperienza con l’Alta Sicurezza 3 e la consacrazione del nostro lavoro attraverso spettacoli compiuti di grande intensità teatrale, di verità ed emozione.
Un’emozione trasmessa sia ai colleghi detenuti che alle centinaia di spettatori che in questi anni proprio attraverso il progetto teatrale hanno potuto assistere alle varie rappresentazioni, aspettando questo appuntamento ed esaurendo i posti a teatro. Così il nostro lavoro d’insieme, di forza, di determinazione, di coraggio ha fatto si che la città di Parma, la comunità cittadina, si avvicinasse ed entrasse “dentro”, facendo esperienza, verificando che il carcere con i suoi abitanti, non è solo uno spazio lontano, quasi da dimenticare, ma che è e può diventare sempre più un luogo di condivisione, di esperienza, di lavoro, studio, riflessione e crescita.
Una crescita ed un incontro importante quello con il carcere, i detenuti, il personale che in questi venti anni è stato davvero determinante per il nostro percorso di artisti e fondamentale per il nostro percorso umano e di vita.
Carlo e Franca

A PARMA IN CARCERE “IL MONDO DI FUORI”
“Questo mondo così com’è non è sopportabile. Gli uomini muoiono e non sono felici”: il primo monologo è tratto dal “Caligola” di Camus. Il protagonista entra in scena confrontandosi con se stesso, con il proprio dolore che avverte come assoluto, morta la sorella-amante Drusilla, un tormento che, allo specchio (la sola mano dell’interprete di fronte a sé), toglie senso alla realtà intorno, che non significa più nulla, annientata ogni forma di empatia, il potere demolisce, distrugge, la follia come consapevole scelta. “Mostro”, dice Caligola guardandosi, ma la disperazione – sua, solo sua – non può fargli scegliere un patto con la solitudine: “Darsi delle ragioni, scegliere un’esistenza tranquilla, consolarsi. Non è per Caligola. Non è per te. Non è vero?”
Non si vorrebbe nominare più la pandemia scrivendo di teatro. Ma è necessario per spiegare le scelte di “Il mondo di fuori”, lo spettacolo messo in scena nel carcere di Parma, maestri guida Carlo Ferrari e Franca Tragni di Progetti & Teatro: non potendo stare in gruppo, lavorare insieme, ma avvertendo irrinunciabile continuare a incontrarsi, leggere, studiare, prepararsi, mettersi alla prova sulla scena, si è deciso di scegliere alcuni monologhi, in modo che gli interpreti potessero approfondire, fare propri singolarmente i loro personaggi. E nella messa in scena conclusiva è parso di cogliere comunque un meraviglioso senso complessivo, quasi una raccolta di visioni esistenziali che finivano per confrontarsi, dialogare tra loro, gli attori a uno a uno sul palcoscenico.
Prima di ogni mongolo una breve presentazione, essenziale per cogliere la situazione, capire chi stia parlando. Così per Don Giovanni, che “difende il suo stile di vita…non è giusto dedicarsi per tutta la vita a una sola donna”, anche qui il primo ingresso del personaggio, che dialoga con Sganarello, immaginato di fronte. “La bellezza m’incanta ovunque si trovi”. Molière mette in luce il piacere della conquista, il “fascino inesplicabile” di vincere la resistenza delle fanciulle inesperte, una sorta di combattimento, “fino a condurla con la dolcezza là dove la tua voglia la fa arrivare”. Sta parlando a un’altra persona Don Giovanni, ma è anche monologo interiore, privo dunque di ipocrisie, con la franca accettazione della propria natura, <se qualcosa mi piace io non riesco a dire di no, va bene?”
Del rigoroso, attento lavoro in carcere di Progetti & Teatro si è già scritto su queste pagine ricordando spettacoli di grande intelligenza e convinta partecipazione, “Una tragedia dopo l’altra”, intreccio di testi shakespeariani, “Il re si diverte” dall’opera di Victor Hugo, che avrebbe ispirato il verdivano “Rigoletto”, e, ultimo prima del lockdown, “Tito Andronico, la tragedia delle tragedie”: proprio in occasione della riproposta dell’”Andronico” si era svolto a Parma un importante incontro del Coordinamento Teatro in Carcere con i maestri guida Franca & Carlo insieme a Vito Minoia e Michalis Traitsis, di particolare emozione l’intervento di Antonio, uno degli attori, un testo che, si sentiva, era stato rielaborato a lungo insieme ai compagni, riconoscendo al teatro il potere “di dare valore al tempo e al luogo dove ci troviamo”.
Anche Iago agisce per puro egocentrismo, chiaro il suo piano per “rendere il Moro tanto geloso da farlo impazzire”. Ma quali le motivazioni? Tante, ma paiono inventate a posteriori, un’ossessiva ricerca di giustificazioni per quell’odio pulsante preesistente. E torna il magnifico Molière con “Il misantropo” e l’ossessivo Alceste, che in nome della verità è pronto a ferire chiunque, travolto dall’amore per Célimène, che però ha solo giocato con i sentimenti altrui.
Come può reagire l’ingannato, indignato Alceste?: “Io non sono più io, sono solo furore…sento che la ragione non mi governa più”. Come Otello? Ma anche Iago lascia ondeggiare la propria identità, “Io non sono quel che sono”.
Franca Tragni e Carlo Ferrari non lavorano solo in carcere, sono attori e registi, realizzano spettacoli buffi e malinconici, tanti i titoli, spesso con personaggi fragili, sperduti nel mondo. Così nelle motivazioni per il Sant’Ilario 2019, la benemerenza della città: “Un sodalizio artistico che dura da oltre 25 anni…portando avanti un’idea di teatro improntata alle tematiche sociali, alla disabilità, all’emarginazione, alle difficoltà, alle paure, al disagio, attraverso la magia e la comicità dei loro spettacoli…. hanno creduto nelle potenzialità dell’esperienza teatrale per i detenuti come costante ricerca sulla verità, sulle emozioni…. Autori, registi e attori delle loro opere Franca Tragni e Carlo Ferrari sono inoltre impegnati in associazioni (Zonafranca e L.O.F.T. Libera Organizzazione di Forme Teatrali)… che sono reti di artisti dalle esperienze professionali ed espressive molto diverse tra loro”. Senza dimenticare l’impegno delle stagioni di Fontanellato, sicuramente tra le più interessanti in regione.
Ansie sotterranee ed esplicite, domande aggressive e inquietanti certezze per Devlin in “Ceneri alle ceneri” di Pinter: “Ho sempre desiderato mettermi alla prova”. C’è una bella concentrazione nell’aria. Tra una scena e l’altra piccoli mutamenti, aggiungere una sedia, spostarla: gli attori hanno assorbito la loro parte, s’immagina ci sia anche la voglia di recitarla davanti al pubblico, una sorta di liberazione che però lascerà presto il posto alla nostalgia, una forte motivazione sempre il teatro. Solitudine e bisogno di parole. Così in “Confusioni” di Alan Ayckbourn: “Io per esempio non dovrei essere qui. Normalmente dovrei essere a casa. E’ lì che dovrei essere…”. Franca e Carlo scrivono di libertà, “libertà creata attraverso l’agire teatrale, poca finzione e molta verità, fatta di sguardi, azioni, parole, sorrisi, rabbia, angosce, pentimenti, paure, desideri, aspettative”.
Ogni monologo è caratterizzato da specifici gesti, pause, posture. Nuovi echi al noto testo pirandelliano “L’uomo dal fiore in bocca”, con l’immaginazione che insegue vite altrui mentre si sa che la propria sta per finire, avvertendo “come un’angoscia nella gola il gusto della vita che non si soddisfa mai…”. Un confronto con i più grandi autori. Cechov, “Ivanov”, il senso di fallimento che sottrae energia: “Sono un uomo cattivo, miserabile e insignificante…passo i giorni e le notti nell’inattività…”. E Eduardo: quasi struggente il tentativo di portare altrove il pensiero, con Pasquale in “Questi fantasmi” che, sul balcone, si dedica al suo caffè, una grande cura in tutti i passaggi, teorizzando, come una terapia alle quotidiane difficoltà dell’esistenza.
Così ha scritto, e letto al convegno di Parma, Antonio del lavoro teatrale in carcere: “…per noi un meraviglioso viaggio fatto di conoscenza, di emozioni, di magia”. Oltre la distribuzione dei ruoli e le prove collettive “le ore che trascorriamo singolarmente a studiare il copione in stanza”. Antonio racconta delle paure prima di entrare in scena. La sensazione di avere dimenticato tutto. Ma poi ecco: “Parlo. Mi muovo con naturalezza. E libero da ogni inibizione. Ma a fare tutto ciò non sono io. E’ il personaggio che ho creato vivo dentro di me ad agire. Io sono diventato personaggio. Intorno a me tutto scompare. Non mi trovo nel teatro del carcere. Sono nel luogo dove l’autore ha deciso che si svolgessero gli eventi…”
Valeria Ottolenghi

Tra Verdi e i Måneskin, il coinvolgente Otello di un gruppo di detenuti/attori degli Istituti Penitenziari di Parma
“Da vent’anni dentro”, così si è presentata al pubblico Franca Tragni, con Carlo Ferrari coppia di animatori, direi anime, dei laboratori teatrali negli Istituti Penitenziari di Parma – devo a loro l’essermi appassionata al mondo del carcere. Appena prima del lockdown (che in modi più o meno percettibili ha costituito una cesura nelle nostre vite, tanto da usarlo come riferimento temporale) avevo avuto il privilegio di assistere a una rappresentazione dell’Amleto e non volevo perdermi Otello, una parola che sarebbe andato in scena per il pubblico “esterno” il 27 e 28 novembre. Come sono state comunicate le date, i posti sono andati immediatamente esauriti, segno di un interesse per quello che avviene “dentro” gli istituti di pena. Diverse sono le iniziative volte a creare una comunicazione che superi le barriere fisiche e mentali ed è auspicabile che aumentino, a cominciare da quelle che coinvolgono le scuole.
Un dramma di Shakespeare, diceva Jan Kott, uno dei più influenti critici shakespeariani del Novecento, “è una spugna”. Assorbe gli umori di ogni tempo e di ogni ambiente in cui viene rappresentato. Sia chiaro, ogni rappresentazione è assieme interpretazione e variazione: Shakespeare “com’era” è stato rappresentato l’ultima volta nei primi decenni del Seicento, prima che, nel 1642, con una disposizione del Parlamento venissero chiusi i teatri, per riaprire poi negli anni Sessanta dello stesso secolo, alla fine del breve periodo repubblicano. Ma per il teatro iniziava un’altra storia: diversa la forma dei teatri (viene meno quel rapporto stretto tra le battute e lo spazio in cui e per cui erano state ideate), diversi i testi, perché secondo l’estetica del tempo gli originali non andavano più bene; questo approccio durerà fino all’Ottocento, quando si recuperano e rieditano i testi originali, ma lo spazio scenico sarà quello tipicamente ottocentesco. Nel Novecento, preso atto della proteiforme natura del teatro shakespeariano, si teorizzerà da altre prospettive il diritto di manipolare testi e scene. Come affermerà Bertold Brecht, abbiamo il diritto di cambiare Shakespeare se cambiamo noi stessi, per cambiare il mondo.
Per anni mi sono interessata a variazioni sulle/dalle opere di Shakespeare, ma in nessun luogo la tragedia shakespeariana mi è apparsa in tutta la sua potenza come nel piccolo e spoglio palco di questo teatro. Così era stato per Amleto e così è stato stasera.
Otello, una parola consta di 17 scene in fluida sequenza. La scena 0, che funge da introduzione, ci mostra “Attori in pausa prova, inizio prova scena. Inizio spettacolo”. L’intento, ha sottolineato Carlo Ferrari, non è stato ricostruire la trama, elemento peraltro poco originale del teatro di Shakespeare, che traeva i suoi soggetti da fonti varie – Othello dall’autore italiano Giambattista Giraldi Cinzio (1504- 1573), ma creare atmosfere, suggestioni. Poche le battute; effetti eco, interpolazioni – significativo “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi “ di Pavese.
Il palco, senza quinte, perché tutti devono essere sempre in vista, è una semplice scatola nera in cui si muovono attori in camicia e pantaloni neri; l’effetto è che si stagliano volti e mani. Le luci si concentrano su dettagli del viso; la rappresentazione si “gioca” (per usare l’ambigua parola inglese, “play”), tutta in quell’espressione, quello sguardo, negli effetti di luce e nei movimenti delle mani: protese, nella prima e nell’ultima sequenza, verso Desdemona, che cadrà strangolata, o verso il fatidico fazzoletto, in un gioco a bandiera ad alta tensione; mani che di sfuggita accarezzano o che passano sugli occhi e sulla fronte portando oblio, cecità, il sonno della ragione.
Unico oggetto in scena, attorno a cui si muove la tragedia, è il fazzoletto utilizzato da Jago per costruire una finta prova del tradimento di Desdemona: fazzoletto che nel testo Shakespeariano è ricamato, mentre qui risalta nel suo spettrale candore, emblema di potere e veicolo di morte.
La scena spoglia non è l’unico aspetto autenticamente shakespeariano in questo spettacolo; come nel teatro elisabettiano gli attori sono tutti uomini e in un continuo scambio di ruoli, per cui lo stesso attore è ora Emilia, ora Jago. Perché, come si dice in As You Like It, “Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti, gli uomini e le donne, sono solo attori, che hanno la loro entrata in scena e le loro uscite, e un uomo solo in vita sua fa molte parti… “
Per un confronto tra la scena finale di Othello rappresentata inizialmente da due attori maschi e poi da un uomo e da una donna, ricordo il film Stage Beauty.
La scena completamente spoglia induce lo spettatore a concentrarsi sulla parola. La “parola” che dà il titolo allo spettacolo è, se mi si passa il bisticcio, una parola chiave nel testo shakespeariano dove “Word” (parola) si alterna e fa eco con sword” (spada): Otello è ingannato dalla parola di Jago, il quale afferma di non dir parola, ma riuscirà nel suo intento manipolatore. L’ultima battuta di Otello è “una parola, prima che tu te ne vada”, per poi trafiggersi.
Ma ci sono, in questa versione del dramma, parole che riempiono la scena, come “sangue”, ripetuto in un crescendo ossessivo che ricorda certe scene di Pinter o del “teatro della crudeltà”. Alla fine la scena si tinge di rosso, per effetto delle luci di scena. D’indubbia efficacia è la rappresentazione della violenza, sempre accennata, allusa; anche la scena finale, l’uccisione di Desdemona, è molto più inquietante in quanto straniata – più un ricordo, un rewind della scena iniziale – dell’illusione di realtà che caratterizza tanti strangolamenti sul palcoscenico o sullo schermo. Il coinvolgimento emotivo dello spettatore è stato tale che si percepiva un silenzio di inusuale intensità, come se all’unisono si trattenesse il respiro.
Un cenno infine alla musica, dall’Ave Maria di Verdi, versione operistica della preghiera di Desdemona, a The loneliest dei Måneskin, nelle parole degli stessi un canto di amore, perdita e nostalgia:
Tonight is gonna be the loneliest
You’re still the oxygen I breathe
I see your face when I close my eyes
It’s torturous
Tonight is gonna be the loneliest […]
There’s just one thing I hope you know, I loved you so
Stanotte sarà quella della peggior solitudine
Sei ancora l’ossigeno che respiro
vedo il tuo viso quando chiudo gli occhi
E’ una tortura
Stanotte sarà quella della peggior solitudine […]
Ma c’è una cosa che spero che tu sappia, ti amavo tanto.
Come non pensare, come nel finale di Amleto, qui in questo stesso teatro, al brusco passaggio dalla finzione alla realtà. Qui Otello vive, in una perenne solitudine e nostalgia. Come non pensare, sulle parole e note di questa canzone, alla lontananza, alle privazioni affettive, alle lacerazioni che l’esperienza di reclusione comporta.
Grande commozione è stata espressa dal Vicedirettore degli Istituti Penitenziari, che ha sottolineato l’importanza del progetto non solo da un punto di vista culturale, ma come rielaborazione di un vissuto, da parte di chi è stato ora Jago, ora Otello o Desdemona ed è stato tratto in inganno da un fazzoletto che l’ha portato fuori strada. Ammirazione e soddisfazione anche nelle parole degli assessori presenti, che si sono soffermati sull’importanza della collaborazione con le istituzioni per progetti da cui s’impara sempre molto e che facilitano la comunicazione oltre le sbarre.
Nel suo intervento, la garante dei diritti delle persone private della libertà personale ha ringraziato i partecipanti al progetto teatrale per l’impegno, a maggior ragione in questo momento, in cui la sezione è stata interessata da una mobilitazione, pacifica e passiva, per migliorare le condizioni di detenzione.
Il ringraziamento a tutto il personale coinvolto e un lungo e affettuoso applauso per gli interpreti ha concluso la serata. Uscendo dal teatro, in molti abbiamo condiviso la stessa reazione: il pensiero di chi torna in cella ti lascia un peso sul cuore. Sottoscrivo le parole di una giornalista che, visitando il carcere delle sua città, scrisse “il loro dolore mi rimane addosso”. Perché, quando si spengono le luci e gli entusiasmi del pubblico, e di certo la soddisfazione di tutti gli attori, per loro inizia, citando un altro capolavoro di Shakespeare, la sequenza dei giorni tutti uguali.
Come volontari cerchiamo di tenere accesa la speranza, con i vari progetti, da laici o da credenti, uniti dal “milk of human kindness”, per dirla sempre col Bardo, quel “latte dell’umana gentilezza”, di cui tutti abbiamo un gran bisogno.
Carla Maria Gnappi – volontaria

Con la guida di Franca Tragni e Carlo Ferrari
Intensa, coinvolgente la “Tragedia delle tragedie”
A sipario chiuso, nella tensione dell’inizio dello spettacolo, si ascolta quella battuta, pronunciata come coro e singolarmente, che nella tragedia shakespeariana appare solo al termine, con Aaron, condannato ad atroce supplizio, che si pente dal profondo del cuore <se mai avesse fatto una buona azione in tutta la sua vita>. Una sorta di conclusione rovesciata rispetto alle Morality Plays, con Everyman – ogni uomo in fondo sempre peccatore – che riesce, con le ultime preghiere, a farsi perdonare, la sua anima salva. Diviene quindi una sorta di dichiarazione di poetica quel prologo tanto sconvolgente: un’opera così – stracolma di sangue per delitti, vendette, stupri, mani e teste tagliate – sembra esigere il gioco grottesco, divertito, tra siparietti cantati e un po’ di rap. Ma questo <Tito Andronico> shakesperiano, sottotitolo <La tragedia delle tragedie>, realizzato presso l’Istituto Penitenziario di Parma, formidabili protagonisti otto detenuti carichi di magnifica concentrazione, continuo lo slittamento dei ruoli, pochi elementi (parrucche soprattutto) a qualificare la parte, si carica di raffinati spunti metateatrali, con commenti interni allo stesso fare teatro lì sulla scena, mentre si colgono intelligenti citazioni dal film <Titus>, regia di Julie Taymor. Ogni aspetto è sedimentato, rielaborato, fatto proprio, con coraggio e divertimento. Perché Franca Tragni e Carlo Ferrari di Progetti&Teatro, presenze preziose per il teatro come registi, interpreti e direttori artistici (sempre eccellenti le scelte a Fontanellato), sanno essere anche straordinari maestri – e la drammaturgia e la messa in scena di questo <Tito> si nutrono insieme delle loro professionalità e delle fondamentali intuizioni degli stessi interpreti. Perché nell’avvertire il bisogno di giocare con quella tragedia carica di eccessi, <senechiana>, ancor giovane Shakespeare (il testo comunque impeccabile come intreccio, già un’eccezionale competenza tecnica), gli stessi attori chiedono di lasciare quella forma stilistica distaccata, scherzosa, per addentrarsi nella verità del dolore, proprio per l’ultima parte, la più ardua, dove tra vera e finta follia (un primo assaggio d’Amleto?) Tito serve a Tamora il pasticcio di carne umana, i corpi di quei figli che infinito strazio avevano procurato all’amata Lavinia. Perfetta la sintesi narrativa, con un narratore/ regista che illustra alcuni passaggi, all’interno anche quella richiesta di
mutare registro, entrare più a fondo nell’animo dei protagonisti. Un lavoro denso, stratificato, di straordinario valore a tutti i livelli, il pubblico incantato, lunghissimi gli applausi per gli interpreti e per Carlo Ferrari e Franca Tragni, motivatamente orgogliosi il Direttore Carlo Berdini e l’Assessore ai servizi sociali del Comune di Parma Laura Rossiche ha voluto consegnare ai singoli interpreti un attestato di merito, davvero fondamentali queste collaborazioni per iniziative culturali di tale ricchezza e complessità.
Valeria Ottolenghi


Intervento di Antonio F. incontro sull’esperienza teatro/carcere del 10 novembre a Parma
Mi chiamo Antonio e sono uno dei detenuti che partecipa all’attività teatrale all’interno dell’Istituto Penitenziario di Parma. Oggi sono qui per raccontare la mia esperienza. Credo sia importante conoscere anche il punto di vista di chi, come me e i miei compagni di corso, svolge da anni l’attività teatrale all’interno del carcere.
Prima di iniziare voglio ringraziare istituzioni e persone che da anni rendono possibile questa attività. Quindi ringrazio il Comune di Parma, la direzione, la sorveglianza e l’area trattamentale dell’Istituto Penitenziario di Parma, Carlo Ferrari e Franca Tragni che conducono il laboratorio teatrale. Ringrazio tutti i presenti a questo incontro e infine i miei compagni di corso che oggi rappresento. Io ho iniziato a partecipare all’attività teatrale all’incirca dodici anni fa nel carcere di Roma, Rebibbia. Iniziai così, per curiosità. In breve la curiosità divenne passione.
Il teatro mi aveva catturato. Oltre a partecipare a numerosi spettacoli, nell’Istituto di Roma, ho avuto anche il privilegio di prendere parte al film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani dal titolo “Cesare deve morire”. Film girato interamente in carcere con attori detenuti e che ha avuto molto successo anche a livello internazionale. Dal 2015 mi trovo presso l’Istituto Penitenziario di Parma, dove, tutt’ora partecipo all’attività teatrale insieme ad altri sette attori/detenuti. A dire la verità preparare l’intervento di oggi non è stato facile. Il problema era come spiegare cosa
significa per noi fare teatro e al tempo stesso, trasmettere e far percepire le nostre emozioni a chi ci ascolta. Alla fine abbiamo scelto di farlo attraverso una sorta di racconto che credo descriva, in modo più efficace come viviamo l’esperienza teatrale.
Inizio.
Fare teatro è, per noi, un meraviglioso viaggio fatto di conoscenza, di emozioni e di magia. Un viaggio che ha inizio con la scelta del testo e la distribuzione dei ruoli e prosegue durante tutta la fase preparatoria delle prove collettive in teatro e alle ore che trascorriamo singolarmente a studiare il copione in stanza. Conoscere e confrontarsi con il personaggio è sempre un processo lungo e difficile. Un processo di conoscenza del personaggio attraverso noi stessi, ma anche di noi stessi attraverso il personaggio.Il momento culminante di questo viaggio è poi la messa in scena dello spettacolo. Quando sono sul palco, con il sipario chiuso e il pubblico che inizia ad entrare in sala le emozionisono tante. C’è ansia. Eccitazione. La paura di dimenticare le battute. Carlo fa capolino dal siparioper comunicare che lo spettacolo sta per iniziare.
L’ansia aumenta, ho la gola secca e la mente vuota. Quando le luci di sala vengono spente, l’ansia è alle stelle. E’ ormai ufficiale, ho dimenticato la parte. Il sipario inizia ad aprirsi. Scambio un ultimo sguardo di incoraggiamento con i miei compagni. Il sipario continua la sua corsa arrivando al capolinea. Sono in scena. Ma proprio in quel momento avviene qualcosa di inspiegabile. L’ansia, la paura sono scomparse. Come portate via da quel sipario che si apriva. Ricordo tutto. Parlo. Mi muovo con naturalezza e libero da ogni inibizione. Ma a fare tutto ciò non sono io. E’il personaggio che ho creato vivo dentro di me ad agire. Io sono diventato personaggio. Vivo sul palcoscenico da personaggio. Intorno a me tutto scompare. Non mi trovo nel teatro del carcere. Sono nel luogo dove l’autore ha deciso che si svolgessero gli eventi, insieme agli altri protagonisti della vicenda per vivere la nostra verità. Per tutta la durata dello spettacolo sono immerso in questa affascinante esistenza. Poi lo spettacolo volge al termine. Ci sono gli applausi del pubblico. Momento questo, molto gratificante ed emozionante. Ma anche triste. Tutto sta per finire. Dopo un po’, infatti, il pubblico viene invitato ad uscire. Il teatro si svuota. Il sipario si chiude. Le luci si spengono. Si torna, diciamo così, alla vita normale. Torniamo alle nostre stanze. Ma ci torniamo soddisfatti. Soddisfatti per avere donato qualcosa a persone sconosciute. Forse un sorriso. Una lacrima. Emozioni. Soddisfatti perché quelle ore trascorse sul palcoscenico ci hanno fattosentire parte di qualcosa. Soddisfatti perché attraverso il teatro abbiamo dato valore al tempo e al luogo dove ci troviamo. Fare teatro per noi vuole dire tutto ciò. Ma viviamo questa attività anche, e forse, soprattutto, come la nostra possibilità di riscatto personale e sociale.
